«Disposizioni urgenti per il diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario e della ricerca»?

Si avvia a conclusione la vicenda del “Decreto Gelmini”.

Il 9 gennaio scadranno i termini per l’approvazione del Decreto Legge 180.

Nonostante l’ampio dibattito suscitato dai provvedimenti di legge, nonostante l’ampio fronte che studenti e docenti hanno saputo costruire in opposizione ad essi, chi oggi è chiamato a trasmettere ai cittadini di questo Paese le ragioni della protesta contro l’azione del Governo – e gli stessi contenuti promossi da questo -, mostra un livello di impreparazione sconcertante, e una totale assenza di capacità analitica.

Ad esempio, il 6 gennaio sul sito dell’ANSA, principale agenzia d’informazione italiana, Francesco Bongarrà scrive: «Blocco assunzioni nelle università in rosso e norme anti-fannulloni. Ma anche più alloggi e borse di studio, e premi per gli atenei “virtuosi”. Questi alcuni dei punti del Decreto Legge Gelmini in materia di Università, sul quale il Governo ha posto [la questione di] fiducia e che scade il 9 gennaio». Una lettura anche superficiale del testo di legge, smaschera però queste affermazioni come tendenziose o addirittura omissive.

Infatti, se da un lato, l’articolo tace completamente dei dispositivi introdotti dalla Legge 133/2008, dall’altro, rimarcando le modifiche ad esso apportate attraverso il DL 180 ora in discussione alla camera, ne travisa la reale portata emendantiva.

Procediamo con ordine, però.

Turn over. La riduzione nel taglio alle assunzioni apportato con il DL 180 è, nella realtà dei fatti, solo fittizio. Perché? Se scandagliamo in parallelo i due testi, risulta in effetti che le diverse soglie di riduzione sono incomparabili, e la riduzione al taglio del turn over imposto agli atenei solo apparente. Mentre la legge 133/2008 imponeva una massimo di 2 assunzioni ogni 10 cessazioni contrattuali, qualunque fosse la natura del contratto in dismissione, il DL 180, con un gioco di prestigio, trucca le carte. Nei numeri, infatti, esso sembra portare il taglio del turn over a 5 assunzioni ogni 10 contratti dismessi, tuttavia esso cambia i termini della realzione imponendo 5 assunzioni ogni 10 cessazioni di contratti a tempo indeterminato. Considerato il costante aumento dei contratti a tempo determinato cui gli atenei son usi fare ricorso, tale modifica non si traduce ipso facto in una reale limitazione dei tagli al personale. Si tenga conto, inoltre, che questa tendenza è stata avviata dal governo di centrosinistra nel 1997 con la legge 449 (art. 51, comma 4), che già imponeva una riduzione del turn over al 35%, a quegli atenei ritenuti non virtuosi.

Atenei virtuosi. Nell’articolo si afferma inoltre che “le assunzioni sono bloccate nelle università che, al 31 dicembre di ciascun anno, sono in deficit.” In realtà, i criteri di valutazione delle università sono stabiliti proprio dalle norme del 1997, richiamate nel primo articolo del DL 180. In esse si sancisce l’obbligo per le stesse di limitare le nuove assunzioni al 35% per quegli atenei che spendano oltre il 90% della propria quota di fondo di finanziamento ordinario per il pagamento degli stipendi. Inutile dire che, a fronte di una continua riduzione dei finanziamenti statali, il raggiungimento di tale soglia diviene automatico se non addirittura indotto, essendo quella degli stipendi una voce anaelastica.

Concorsi. L’articolo accredita inoltre una presunta natura innovatrice dei recenti provvedimenti di legge per quanto concerne la riforma delle procedure concorsuali. Tale riforma, che allo stesso movimento studentesco appare come una inderogabile necessità, non si ritrova in realtà nella lettera della legge, la quale riprende pedissequamente la precedente normativa, anch’essa di responsabilità di un governo di centrosinistra (legge 210/98 e DPR 117/2000). Peraltro non si capisce come sia possibile, stanti i tagli di 1.441,5 milioni di euro stabiliti dalla legge 133/2008, reperire i fondi per l’immissione in ruolo di giovani ricercatori, che dovrebbero coprire (come recita l’ex decreto 180) il 60% delle nuove assunzioni. Idem per la riapertura, peraltro esigua (fino al 31 gennaio 2009) dei termini dei concorsi in essere.

Norme ‘ANTI-BARONI’ e ‘ANTI-FANNULLONI’. L’istituzione dell'”Anagrafe dei professori ordinari, associati e dei ricercatori”, stabilita dall’articolo 3-bis del Disegno di Legge 1966 di conversione del Decreto Legge 180/2008, se appare di per sé un provvedimento meritoriamente volto a migliorare i meccanismi di avanzamento di carriera del personale universitario, dall’altra è in palese contraddizione con i provvedimenti sopra citati del 1998 e del 2000, ivi accolti e ripresi, che congiuntamente stabiliscono il permesso, per gli Atenei, di non tenere in alcun conto la qualità dell’attività scientifica e didattica dei candidati alle procedure concorsuali, e dall’altra consente l’assunzione per chiamata diretta di docenti associati e ordinari abilitati in altre sedi.

Tante altre parole e analisi potrebbero essere ancora spese a proposito di importanti dettagli contenuti nei provvedimenti approvati o in esame (a iniziare dalla natura dei tagli previsti nella Legge 133/2008), ma preferiamo concludere con una semplice domanda: quali saranno le fonti degli stanziamenti utili a promuoverli e attuarli? Ogni iniziativa di legge che vada in questa direzione rimane, senza l’individuazione di stanziamenti adeguati, del tutto priva di significato – fermo restando che è costituzionalmente sancita l’impossibilità di emanare leggi prive di copertura finanziaria.

 


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