svezzamenti

Della sua come di tante altre. Della profonda solitudine dell’individuo schiacciato dal gruppo di cui è costretto a far parte. Perché il gruppo, quando diventa troppo importante, troppo presente, annichilisce il singolo. E qui il gruppo è importante. È tutto. Questo è stato uno dei motivi che hanno spinto Riccardo a scrivere e lasciare le sue poesie in giro. A fare quello che chiama terrorismo poetico. Ha voluto provarci, almeno. Provare a terrorizzare questo sistema dove ognuno acquista valore solo in relazione a quelli che frequenta. I pochi che fanno parte della sua cerchia ristretta, del suo clan. E i tanti che, invece, ne sono esclusi. Esclusi perché soli o pezzetti di altre brigate. Ha sofferto scoprendo che è difficile trovare qualcuno che si affermi per quello che è, che sa e che da. Che si affermi come individuo indipendente. Fuori dai giochi, fuori dagli schemi. Che non tema giudizi artefatti, che voglia realizzarsi come persona e non solo come piccola tessera di un mosaico ancora più piccolo. Ha sofferto nel fare i conti con questa sterile solitudine che si nasconde dietro a maschere, sorrisi, discorsi e frasi fatte senza pensare, svuotate dal dovere di dover rinunciare a sé stessi. Qui le persone hanno paura di dire e dirsi la verità del proprio dolore. Di ammettere d’essere sole e disperate. Si nascondono dietro al gruppo. Piccolo, sciocco ricettacolo che fa capannello di pettegolezzo, giudizi e stupidità. Quell’intreccio morboso da troppi voluto chiamare amicizia.  E che, invece, è un gregarismo settario e dannoso che finge soltanto d’opporsi all’isolamento reale. Non esistono spazi intermedi. O con noi. Dei nostri. A modo nostro. O nessuno. Solo. E appestato. È ipocrisia travestita. D’amicizia. Da pause scandite. Da doveri assurdi che schiacciano i diritti dell’essere sé senza vergogne o timori. È questo che Riccardo ha visto tra le persone di questo luogo piccolo e sperduto. È questo che ha vissuto nel suo lungo anno vuoto di gente e pieno di osservazione. E contro questo sistema, contro quest’ambiente ha iniziato la sua ribellione. Contro l’ipocrisia codarda che trasforma a suo uso e consumo la verità disperata e disperante dei tanti che vorrebbero dire di no, io no, ma si accucciano spaventati dietro al cosa facciamo stasera? Un’enorme solitudine interiore che non si vuole affrontare, illusoriamente nascosti e protetti dall’essere parte di una piccola schiera. Del resto il panorama è così triste e deprimente che solo qualche rara eccezione trova voglia, forza e coraggio per mettercisi a fare i conti. Riccardo ha visto e vissuto quel che racconta. Che per diventare qualcuno non solo agli occhi degli altri ma anche al proprio giudizio bisogna entrare in un qualche tipo d’intreccio. Grande o piccolo. Una sorta di ferrea alleanza. Rigida ma sempre pronta a ossidarsi. A farsi mangiar dalle ruggini. Riccardo ha visto. Chi cerca di avvicinarsi salvaguardando la propria identità d’individuo viene ostracizzato. Anche se la verità è che nessuno sta bene. Anche se la verità è che si entra nei gruppetti come dentro a un parcheggio, perché non c’è nulla di meglio. Né spazio. Né coraggio. Neppure troppe occasioni. Quaggiù. Non c’è proprio nulla di meglio per fare altrimenti. Anche se abbandonandosi al proprio gruppuscolo le persone rinunciano ad essere. Cercano di dimenticare i loro problemi. Il proprio desolante malessere. La loro insoddisfatta realtà quotidiana. Ma si può capire, dopotutto. Non è facile guardare le ferite della solitudine in faccia. È comprensibile ovunque. Figurarsi quaggiù. Dove non si può dire di star male. Dove non si può uscire dalle battute assegnate. Dai percorsi consueti. Dai discorsi usurati e sicuri. Dove bisogna mentire di continuo. Soprattutto a sé stessi. In fondo qui è più difficile. Anche decidere di prendere, mollar tutto e andar via. C’è sempre il mare in mezzo. Che senza il mare, allora sì. Allora se ne vedrebbero delle belle. Mare cattivo. Mare causa di tutti i mali. La colpa è del mare. Mica della gente. Mica è nostra la colpa. Noi non abbiamo colpe. E comunque, in fin dei conti, qua si sta bene. Sei tu che chissà cosa pretendi. Chissà cosa ti aspetti. E se non ti va bene puoi prendere e andare senza rompere troppo. Senza lagnarti. Senza tirarci la tua merda addosso. Puoi prendere e andare. Nonostante il mare. Anzi proprio sul mare. Riccardo, però, nonostante il suo aspetto da mucca in piedi sulle zampe di dietro. Nonostante le esse strascicate, le doppie sballate, il linguaggio troppo forbito e il vestirsi costantemente elegante. Riccardo, però, non ha tollerato, non ha condiviso, non ha neppure voluto far finta di nulla davanti a quanti giocano ogni momento a recitare un’esistenza felicemente fallace. Non ne ha potuto più della bugia sistematica. Del gretto gregarismo codardo. Degli schemi. Dei sorrisi. Dei ritmi duri e insensati. Dell’ottusità sconsolante e rassegnata ma capace di ingoiare tutto e riciclarsi rinnovata e più forte ogni giorno che passa. Dei tanti non potrà essere sempre così. Che figata pazzesca. Ma sei fuori? Che sclero! Che grezzo quel tipo! Prima o poi le cose cambiano. La ruota gira e, una volta o l’altra, chissà… Non ce l’ha fatta a sopportare i tanti che in nome del nulla sprecano quel poco di tutto che hanno. Quel poco di sorte, vita e fortuna. Quel poco di tempo, energie, speranza, carità, illusione, entusiasmo e occasioni. Qui, dove c’è una grande solitudine dell’anima. Solitudine che ogni giorno ripete il suo dramma, aggravato dal tempo che fugge, perché ogni giorno chi è solo si prostituisce al suo piccolo clan in cambio d’uno stentato simulacro di denti e labbra stirate. Di un nome abbreviato. Di uno sguardo raffermo. Di una mano sbattuta sudata sulla spalla piegata. Di due baci al tabacco. Di una chiacchiera che, poi, è sempre la stessa. Di un’approvazione facile al proprio essere fedele alla norma. Alla marca che veste cara. Al telefonino che s’affaccia tra le mani ogni pochi secondi. Alla moda totale, che veste fuori per entrarti sotto alla pelle. Qui, dove c’è un’invadente solitudine dell’anima. Nascosta dai più, dai tanti, dai troppi. Dietro all’assembramento sterile dei corpi intorno ai rituali pagani che segnano il passare del giorno. Signore pallone. Dea sigaretta. Caffè Onnipresente. Dio Mercurio ormai cellulare per permetterti d’essere un nulla che si crede globale. Occupare il proprio posto nel gruppo, nel piazzale, nel giardino, nel bar, sulle scale, alla macchinetta del caffè, nelle sedie, in poltroncine, davanti ai banchi, dietro a scrivanie, ovunque sia. Occupare il proprio posto soffoca con la routine il tanfo della vita reale. Occupare il proprio posto, ovunque sia, aiuta a sentirsi migliori. Più forti. Almeno di buona parte degli altri. Di quelli senza posto o con un posto peggiore. È così che a Riccardo è venuto in mente il terrorismo poetico. Lasciare poesie anonime sul sorriso, l’amore, la sofferenza, la vita, la bellezza, la morte, il silenzio, l’angustia, l’amicizia, il coraggio, il dolore e la gioia. Scriverle e lasciarle anonime. Tra i banchi. In mezzo ai libri. Nelle tasche di giacche, giubbotti e cappotti. Questo è un atto di terrorismo vero. È un atto gratuito e contro. Contro un sistema che ci vuole stupidi, tristi, soli, amareggiati, infelici, scontenti, sconfitti e rassegnati. Ma pronti a giurare tutto il contrario. Questo è un vero terrorismo dell’anima. E per l’anima, ha pensato. Un po’ di sale su quella ferita che nessuno vuole mostrare o ammettere d’avere e di sentire bruciare. Con nessuno. Neppure con sé. Tenuta dietro al vigliacco velo codardo dell’essere necessariamente felice ed ipocritamente contento. Qui, dove l’anima è invasa e rosa dal tarlo del buonismo qualunquista. Le persone hanno paura di incontrarsi sole con sé stesse perché allora non c’è più spazio per la menzogna sociale. In troppi occultano dietro al quotidiano clamore il vuoto asfissiante e impietoso della propria esistenza. Riccardo non ha la pretesa di enunciare verità sociologiche. Dice solo quello che pensa. Quello che sente. Che non è poco. Non è poco neppure averci il coraggio di dirlo, quello che si pensa e si sente. Di assumersene la responsabilità. Di assumersi le conseguenze dell’idea che s’è fatto in questo anno di lunga solitudine. Certo, non esiste l’Eldorado. Non esistono posti che mitighino la sofferenza e la profonda solitudine interiore. Ma, qui, in quest’anno passato a girare e osservare, ha notato che si sta male in modo molto peculiare. Subdolo. Triste. Doloroso. Si sta male con paura. Con ipocrisia. E con invidia. Si sta male con un irritante e finto sorriso costretto a fiore di labbra. Le persone, quelle valide che ha conosciute, gli sono parsi frutti maturi lasciati a imputridire sull’albero. A suggere più del dovuto. Ad assimilare contronatura, perché quasi nulla, qui, rispetta i giusti tempi. Tutto dura più a lungo. Frutti maturi lasciati sull’albero a imputridire e avvizzire. Abbandonati alle beccate di corvi e cornacchie. Frutti che nessuno vuole o sa cogliere. Frutti che, di cadere da soli arrivato il momento, hanno paura. E c’è da capirli, in questa loro paura. Che il terreno sotto non è fertile o sano. È terra arida. Piena di radici nodose. Voraci. Anormali. E cadere, in questo terreno, fa paura. E allora o si rimane a morire sul ramo o si cerca la spinta per cadere lontano. Di là dal mare.