Professione: Altro

E’ vero che il mio lavoro e’ particolare. E’ difficile spiegare cosa si fa nella ricerca a chi non ha studiato la stessa materia, ma mi basta dire “lavoro nel campo della ricerca: il mio e’ un lavoro come un altro, c’e solo un po’ piu’ di studio e di impegno”. Io ne sono orgogliosa, forse anche piu’ di un meccanico della Ferrari, e lo urlo ad alta voce: sono una ricercatrice. Peccato che spesso all’urlo si accompagni l’eco.. la parola non viene recepita dal mittente che la rispedisce indietro: “termine non riconosciuto”. Stavo compilando online una richiesta per un preventivo e dovevo indicare la mia professione. Menu’ a tendina. Possibili scelte: commerciante, medico, infermiere, studente, insegnante, professore, consulente, operaio, libero professionista, … scorro ancora in basso.. nulla. Non c’e. Ricercatore non esiste. Va beh. Come al solito. Scelgo “Altro”. Io sono orgogliosa del mio lavoro, ma la societa’ non mi da nessun motivo per esserlo. Il ricercatore non e’ una professione comune. Anzi, non e’ una professione per la societa’. Perche’ la maggior parte dei ricercatori sono dei missionari, che dedicano la loro vita alla passione per lo studio per quattro soldi. Poi arrivati al 45esimo anno, stufi di borse di studio e contrattini da schiavetto, abbandonano la presa e si tentano il concorso alle poste o in regione. Quindi che senso ha considerarla una professione alla pari di un medico o operaio? Non era la prima volta che mi capita, i menu a tendina spesso ignorano i ricercatori.. ma ogni volta e’ comunque un colpo doloroso. Gia’, anche perche’ questa volta si e’ susseguito il secondo. Di colpo. Dopo un paio di ore mi chiama la consulente, gentilissima. “Ma lei di preciso che lavoro fa?” – “la ricercatrice” – “e quindi che contratto ha?” – ” guardi, adesso ho un contratto a progetto, poi tra qualche mese dovrebbero farmi un contratto a tempo determinato per un anno”. Cambio di tono dell’operatrice. “Mi dispiace signora, non possiamo accontentare la sua richiesta con il suo tipo di contratto. Come ricercatrice dovrebbe avere un contratto a tempo indeterminato”. Si perche’ il dentista o il notaio non hanno busta paga. Sono liberi professionisti. Ma guadagnano un pacco di soldi. Io soldi ne guadagno come un operaio, e so che se pur pochi continuero’ ad averli. “Sa, il mio progetto va avanti alla grande. Ho pubblicato piu’ di 15 articoli negli ultimi due anni. Sono sicura che il contratto me lo rinnovano ogni anno, fino allo sblocco dei concorsi quando potro concorrere per un posto a tempo indeterminato”. “Mi spiace, la situazione in Italia non mi garantisce di certo che la ricerca vada avanti a gonfie vele. Non abbiamo garanzie. Non sente i telegiornali? Lo stato ha deciso che aiutera’ le industrie e le fabbriche. Ma la ricerca e l’Universita’ no. Anzi, da li verranno tolti i soldi che servono per le spese in altri settori. Si dice che all’Universita’ e in Ricerca ci sono tanti sprechi. Tanti sprechi inutili per pagare i baroni. E per finanziare quelle ricerche che vanno avanti da anni senza nessun risultato. Senza nessun risvolto economico. Invece le auto e le fabbriche se falliscono fanno perdere il posto a migliaia di lavoratori.” Si, aiutiamoli. Ma nessuno conosce il detto non dare da mangiare ad un uomo ma insegnali a pescare? Nessuno capisce che la scienza e la ricerca li creerebbero dei posti di lavoro!?! Ma secondo lei le macchine che si usano in fabbrica o gli areoplani li ha inventati uno che ha fatto la prima elementare? E la cura per il suo raffreddore? O sta ancora usando le erbe raccolte in campagna? No, a quello non si pensa. Tanto le scoperte le possono fare gli altri Stati. E poi, se ci serve, facciamo una gara di solidarieta’ per aiutare quel bambino che ha bisogno di 500 mila euro per una cura che si puo’ fare solo negli Stati Uniti. Questo si che e’ un modo per pensare all’economia. Di oggi, ma non futura.