la triste scienza – riflessione antropologica parte iii

malinowskigli antropologi, qualunque sia il loro gender, si distinguono da tutti gli altri loro colleghi perché vivono nel mito della ricerca sul campo, inteso come un luogo fisico e culturale sul quale si recano per imparare delle cose e mettere in atto delle strategie di comprensione e traduzione.

un tempo, neanche troppo lontano, il campo era inteso come un laggiù, esotico e primitivo, che poteva essere raggiunto solo da pochi coraggiosi esperti, disciplinati e possessori di un metodo scientifico: l’osservazione partecipante.

l’osservazione partecipante, nulla più nulla meno, consisteva nello spogliarsi dei propri pregiudizi (una pratica radicale dell’epoché) per aprirsi all’altro sia osservando, sia imparando a partecipare (con l’intelletto spogliato e con le emozioni non pregiudicanti) alle attività e ai discorsi di comunità culturalmente altre.

gli antropologi classici erano dei tipi abbastanza bizzarri, dei viaggiatori, che andavano lontano al solo scopo di tornare indietro per raccontare la loroesperienza di comprensione, descrivendo modi e forme di vita culturale sorprendenti e diverse, lontane appunto, da quelle in cui erano essi stessi cresciuti.

l’antropologia, l’etnologia e il loro prodotto (l’etnografia) potrebbero, con una definizione tagliente e impietosa, essere definite una scienza voyeuristica.

 

il mito della ricerca sul campo è durato fino al 1967, anno in cui son stati pubblicati i diari dell’epigono della pratica della ricerca sul campo: malinowski.

 

sarebbe troppo lungo ripercorrere qui la rivoluzione paradigmatica innescata da tale, tardiva pubblicazione.

limitiamoci a constatare che uno degli effetti prodotti è stato quello di passare dal mito della ricerca sul campo, alla pratica della ricerca del campo.

 

in fondo, se all’epoca di malinowski si andava a cercare l’irrazionalità lontano, laggiù presso i selvaggi, oggi, molto più comomdamente, basta aprire un giornale qualunque. se lévy-bruhl si interrogava sul pensiero prelogico dei primitivi e indagava la loro mentalità dalla sua poltrona a parigi (non si è mai recato sul campo, lui che poteva), oggi noi godiamo di un vantaggio. in fondo, arrivare dopo è sempre una fortuna!

 

noi, oggi, possiamo parlare infatti della mentalità prelogica degli economisti. e magari porci un dubbio, proprio come lévy-bruhl: si tratta di un pensiero che non è ancora logico, e che dobbiamo pertanto chiamare pre-logico, oppure si tratta di un pensiero privo di logica, e pertanto dovremmo chiamarlo a-logico?

qualunque sia la risposta, rimane un punto dolente: a differenza dei selvaggi studiati durante l’età dell’oro dell’antropologia, la follia degli economisti non è confinata laggiù!

una prima considerazione da farsi, per chi volesse intraprendere una ricerca di questo specifico campo della psiche umana e dei modelli culturali che la formano e vengono poi implementati, riguarda l’inquietante sproporzione tra potere esercitato e capacità previsionale.

perché si dà tanto spazio agli economisti, perché si dà loro tanta visibilità e così ampia importanza ai loro modelli e scenari, alle loro soluzioni e previsioni se, storicamente, è dimostrato che non ci azzeccano mai?

 

facciamo un esempio terra terra: prendiamo una squadra di calcio. come giudichereste un allenatore che si ostina a far battere i rigori ad uno che li sbaglia sempre?

può valere da giustificazione il fatto che il fallibile rigorista ripeta, ogni volta, dopo aver mandato la palla in fallo laterale o in tribuna: ho capito dove ho sbagliato! non ripeterò più quell’errore! il prossimo rigore è mio!!

 

in effetti, come il tirasole dell’esempio, l’economista non ripete mai lo stesso errore due volte di seguito. se una volta tira alto, la volta successiva tira piano, poi tira a destra, poi a sinistra, poi inciampa, poi svirgola, poi tocca la palla due volte, e così via mantenendo fede all’impegno: non ripeterà mai lo stesso errore due volte, ma ogni volta, mostrando un genio fuori del comune, ne inventerà uno nuovo di zecca.

 

non ci credete?

 

rigore!

 

batte lui