(de)frammentazioni – riflessione antropologica parte ix

per una serie di giri e questioni molto lunghi e ancor più personali, vivo parte della settimana a poca distanza dalla costa smeralda: porto rotondo, portocervo, liscia di vacca, la spiaggia del pevero, etc.

per svagata curiosità ho percorso in lungo e in largo i loci mondani dell’estate boreale.

il primo giorno, a piedi e con la macchina fotografica a tracolla, mi son addentrato, costa alle spalle, nei meandri che portano alla spiaggia del pevero.

a sinistra, se guardate con attenzione, appena dopo una salita sterrata e fatta la curva che pende a mancina, potete vedere un bellissimo esempio di stagno con tanto di oche ed uccelli marini a competersi la fauna ittica.

ma se allungate di qualche decina di metri e aguzzate lo sguardo, sempre a mancina se tenete la costa alle spalle, quel verde e quegli uomini colorati in lontananza, proprio quelli, sono dei golfisti.

mica male, no?

giocare a golf immersi nel verde a duecento metri dal mare, da quel mare, da questi colori che abbracciano tutto lo spettro solare: dal grigio allo smeraldo passando per il rosa e il cristallo.

vorrei camminare verso di loro per chiedergli cosa provino, che vaghezza li punga, a trovarsi in questo paradiso terrestre, ma devo rinunciare.

una rete metallica e dei cartelli mi chiudono il passo. scopro solo che sono al cospetto del pevero golf club costa smeralda – ingresso riservato ai soci.

nei giorni successivi, guido tanto ma le spiagge le posso vedere solo da lontano.

la curiosità antropologica, tuttavia, può più delle preclusioni di classe.

portocervo.

è proprio come uno se la immagina. una fabbrica di soldi e una promozione di brands autoapologetica.

mi accoglie la gigantografia di briatore nel suo billionaire shop.

giro e rigiro.

tanti negozi, prezzi esagerati, ma nessuna libreria.

non c’è mai stata? chiedo ad un autoctono.

no, mi risponde, un tempo c’era. ora l’hanno spostata fuori da portocervo.

fuori dove?

ma, non so… fuori – taglia corto seccato dalla mia petulante sorpresa insistente.

(e in fondo, mi dico mentre mi allontano, che c’entrerebbe mai una libreria in un posto come questo?)

faccio la spesa ad abbiadori, in un nonnaisa.

i prezzi, ovviamente sono più alti che altrove.

c’è da sorprendersi?

poi vado al bar sullo stradone.

mi seggo e ascolto.

arriva il salumiere del nonnaisa con un suo collega. guadagnano 1.100 euro circa al mese. lavorano tutto l’anno.

e mi raccontano con ammirazione di quando hanno riformito, con centinaia di chili di affettati e formaggi nostrani sottovuoto, lo yacht di un magnate russo (forse), che due giorni dopo salpava per gli usa.

30 chili solo di prosciutto crudo sottovuoto. che fatica affettarlo e poi metterlo in confezioni. la macchina del sottovuoto quasi si squaglia.

consegna a domicilio con due furgoni.

cazzo, manco la mancia ci hanno fatto.

però, minchia, che yacht c’aveva: più di cento metri! veniva a fare la spesa in porsche o ferrari. sempre con una figa diversa – chiude guardando verso il cielo e spirando il fumo della sua marlboro rossa.

 

cagliari, 5 giugno 2009, venerdì

il venerdì è il giorno della preghiera dei musulmani in moschea, quella diretta dall’imam

via del collegio, 13:30, in moschea ci accompagna un pakistano, tanto per non suscitare sospetti.

francamente non sapevo che a cagliari ci fosse una moschea. è in un appartamento?

arriviamo con pochi minuti di ritardo, i credenti, tutti uomini, sono fuori, scalzi, stendono teli e tappeti sulla strada e cominciano a pregare. l’imam recita in arabo il corano e dirige la Ṣalāt e pronuncia le Rak’a.

ci sono pakistani, africani, indiani, persone del bangladesh, e poi noi tre.

io sono scalzo e mi cooptano dentro la preghiera, mi fanno spazio sui tappeti… vinco in parte il disagio e, senza capire nulla o quasi, imito i miei vicini. solo non riesco ad inchinarmi a baciare il suolo come loro – rimango in una posizione ibrida: io sono ateo e chinarmi al nome di dio, mi sembra, francamente, una mancanza di rispetto nei confronti di chi crede davvero. d’altro canto, penso, se non mi chino, potrebbero aversene a male. dunque mi inchino a metà. probabilmente sto sbagliando due volte, ma chi non sbaglia solo chi non si arrischia e, si sa, chi non risica non rosica.

dettaglio: il tappeto del mio vicino ha una bussola incorporata e una piccola moschea in risalto sulla circonferenza. lo mostra soddisfatto ai circumvicini: la moschea in miniatura indica la posizione della mecca quando il tappetto è orientato a nord.

mi tona in mente l’immagine di me stesso viaggiatore, sulla rosa dei venti e delle distanze presente nelle halls di alcuni aeroporti: quando ho tempo e pazienza, cerco di capire dov’è casa, mi oriento in quella direzione, chiudo gli occhi e do sfogo al ricordo.

 

ma… dov’è casa, ora?

 

continua

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