riflessione antropologica – parte x

in uno dei suoi interventi più acuti, bisogna riconoscere all’antropologo sardo giulio angioni d’aver affrontato con peculiare intelligenza antropologica la questione della crescita economica. più o meno, egli poneva la questione in questi termini: se l’umanità ha tardato millenni, dal paleolitico alla società postindustriale, a fare i conti con la scarsezza di risorse e a costruire universi simbolici e strategie pratiche e relazionali per far fronte alle costrizioni che la scarsezza esige ed impone, è solo da qualche decennio che una parte dell’umanità (quella occidentale) si trova a dover gestire l’abbondanza.

il succo del discorso che personalmente riesco a distillare è che ci siamo trovati a gestire, con strategie simbolico culturali vecchie e immaginari inadeguati, il sovrappiù che la crescita tecnica e tecnologica hanno messo a disposizione di strati sempre più allargati di una parte della popolazione mondiale (e delle elités del resto del pianeta). ci sarebbe una chiosa, temo, da fare; questa crescita esponenziale delle risorse e del loro incauto sfruttamento, è frutto non solo dell’accresciuto apparato tecnico e tecnologico (nel quale deve rientrare anche la rivoluzione informatica che permette di gestire flussi di informazioni e di spostamenti di capitale in tempo reale), ma è figlia anche di nuove, vergognose forme di sfruttamento che il primo mondo ha esportato laddove poteva, sotto i vessilli dell’esportazione del progresso, della trasmissione degli elementi per realizzare l’up to date di realtà culturalmente altre. la solita, purtroppo, vecchia solfa del più forte che cambia i connotati al più debole, volente o nolente. ci sarebbe da aggiungere?

non ce ne sarebbe, in effetti. e invece, la realtà si supera sempre. qualcosa, in questo meccanismo, si è interrotta. la crescita, si usa dire da qualche decennio, non è infinita. oibò, se ne sono accorti, infine, anche gli economisti… bastava un corso di fisica elementare per sapere che un sistema finito (il mondo), non può avere una crescita infinita (l’economia). meglio tardi che mai? dipende.

ma non si tratta solo di aver aperti gli occhi sulla scontata realtà. c’è da aggiungere che l’esternalizzazione del lavoro sporco (turni massacranti, sfruttamento, assenza di diritti, limitazione o abolizione o messa al bando delle strutture sindacali, etc.) che permetteva a bande sempre più amplie di noi cittadini del primo mondo di godere nell’abbondanza, quell’esternalizzazione che il nostro universo simbolico ha prima rimosso e poi forcluso, beh, quella stessa, ha cominciato una strana forma di regresso. a volte, si dice, a volte ritornano. in che modo?

in due modi, al lato dell’erosione sistematica dei diritti delle nuove generazioni al lavoro, stiamo conoscendo una nuova forma di ritorno: i nuovi ricchi del terzo mondo, cinesi e indiani su tutti, stanno cominciando a comprare fette sempre più grosse delle economie (e dei debiti) del primo mondo. e lo stanno facendo ad una velocità spaventosa.

in tempi di ri(bi)lanci e di prospettive, queste cose dovrebbero dare da riflettere i nostri governanti, ma soprattutto noi cittadini comuni, se non fossimo, troppo spesso, intenti a cercare di cambiar nome alle cose.

ps. se escort vuol dire troia, la ford, anni fa, fregò un sacco di gente… infatti, chi mai si sarebbe comprato la ford troia?

intanto, buon ascolto

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