UN SENTITO GRAZIE AL COMPAGNO GIOVANNI FANCELLO

LaissezBaire (Mani sulla città).

Ormai da una settimana, dopo giorni di mormorii sommessi, è giunta una prima segnalazione quasi ufficiale sul venturo Assessore alla Cultura della Regione Autonoma (sic!) della Sardegna (La Nuova Sardegna, 24 febbraio), senza che, peraltro, l’entourage del neo Presidente Berlusconi ne fiati conferma.

Tra l’incredulità di chi ancora non ha chiara la trama dei fili che animano il nuovo Governatore, e la marmorea fiducia nel peggio dei disillusi, si presenta la nomina della dottoressa Maria Lucia Baire come pressoché certa. Gioverà qualche indicazione.

La signora, fervente cattolica praticante (soprattutto professionalmente), già Direttrice del Museo Diocesano e fedelissima dell’Arcivescovo Mani (che lo inaugurò nel 2004), nonché organizzatrice dell’epifania pontificia del 7 settembre scorso, passa ormai per essere la lauta ricompensa a quelle istituzioni ecclesiastiche che, durante la campagna elettorale, hanno ritenuto (si parlerebbe di «ingerenza della Chiesa», se l’opinione pubblica non fosse stata anestetizzata a questa locuzione) di doversi schierare apertamente per le destre che hanno vinto le ultime elezioni regionali.

Ne trattiamo solo ora in quanto, lo confessiamo, avevamo la speranza che nel giro di qualche giorno arrivasse conferma ufficiale del disastro. Invece niente. Il mostro dorme, per il momento, e sappiamo che si sveglierà affamato. Le lungaggini delle trattative parlano, in ventriloquo silenzio, di mercanteggiamenti, baratti istituzionali, ipoteche consiliari, prebende di sottogoverno.

Ciò che appare certo, giunga o no la conferma di quanto finora distillato in indiscrezioni, è che questa è solo un’ulteriore minuzia del vasto saccheggio che avrà luogo in questa Regione Stanca, abbandonatasi al riposo del laissez-faire che delega ad altri (e libera da) la fatica di dover pensare, proporre, agire, essere il cambiamento. Ora sappiamo che non ci sarà neppure quello (nessuno di noi sospettava che l’esito sarebbe stato diverso, se avessero vinto le accolite degli Artizzu e dei La Spisa): non ripensamenti, ma obbedienza; non proposte, ma ordini; non azione, ma subalternità.

E soprattutto – non essere, ma avere.

Questo scenario di possessi e dilapidazioni prenderà corpo (il nostro) nella distribuzione degli appalti, delle responsabilità, dei poteri – un’eucaristica moltiplicazione di deleghe e competenze che dividerà pani e pesci, con scientifico cencellismo, tra le band(an)e che presto assalteranno i palazzacci di via Roma e viale Trento: assisteremo ad un brigantaggio che si approprierà del vino buono messo da parte in questi anni e lascerà nelle anfore gli avanzi dei liquami fetidi colati tra le coste e i ruderi nuragici, punici e romani.

Con l’aggravante che, a tutto questo, avremo collaborato anche noi.

Continuiamo così (facciamoci del male) >

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