Coscienza light

Alla fine dell’anno scorso, come segnala l’about di precariamens, tre persone – in cangianti proporzioni nei diversi periodi dell’esistenza del blog: Marcello, Giovanni e Nicola, in meticoloso disordine alfabetico – hanno deciso di dare vita ad un’esperienza editoriale difficile. Si trattava di produrre una testimonianza sociale e civile (poi, anche antropologica e filosofica e fotografica, in ordine alfabetico casuale) della categoria della precarietà, declinata non solamente nell’algido frasario della stampa di regime (che riporta le questioni in costanti e variabili raffreddate dalla distanza del burocrate, condensate in oggetti matematici incomprensibili a chi ne sente il calore sulla propria pelle), ma esportata anche sul piano dell’esistenziale e del personale; talvolta, addirittura del poetico. Ci abbiamo provato, con leggerezza ed entusiasmo, sentendo scivolare sottopelle quel brivido che un intelletto capace può produrre solo quando si sente sfidato da un impegno alto e complesso – è, se volete, la variante cerebrale della prestazione fisica che impegna l’animale carnivoro nella cattura della preda. Ci abbiamo provato con la consapevolezza che il mondo è grande e terribile, che è difficile cambiarlo, che bisogna avere un’intelligenza all’altezza delle proprie aspirazioni, una capacità analitica all’altezza della propria intelligenza e una caparbietà all’altezza della propria capacità analitica. Ci abbiamo provato sapendo che in ciascuno dei passaggi che strutturavano il nostro lavoro potevamo sbagliare, e che esporsi pubblicamente ci avrebbe imposto d’essere più bravi. Forse – per alcuni – più analitico che entusiasta, forse – per altri – più impaurito che emozionato, certamente meno intelligente degli altri, il sottoscritto ha cercato fin da subito di affrontare una questione preliminare: se e come ci si dovesse premunire sotto il profilo metodologico (più precisamente, in questo caso, editorialmente e redazionalmente) nell’intraprendere questo tentativo. Precario, certamente, ma convinto e politicamente solido. C’è chi, dentro e fuori precariamens, tra le tante persone che si sono interessate ad esso, non ha capito che questo, analitico e razionale, era il mio modo per esprimere l’entusiasmo e l’emozione per questo progetto, e in questa carenza di comprensione (che alligna evidentemente in ragioni di compatibilità caratteriale e personale) ha talvolta costruito delle critiche e delle perplessità (sempre legittime), ma anche, non di rado, delle attese e delle pretese (illegittime) rispetto ai miei comportamenti. Che possono essere considerati di volta in volta appropriati o inopportuni, efficaci o intempestivi – ma sul cui diritto di autonomia (anche e soprattutto, si parva licet, etica) non transigo. Qualunque forma di condizionamento dall’esterno del comportamento di una persona ha a che fare con l’istituzione di una qualche gerarchia, momentanea o permanente, occasionale o strutturale. In precariamens abbiamo optato coscientemente – e questo è forse l’unico punto di cui si possa dire che giustamente non è stato discusso – per l’assenza di ogni verticalità. Quest’ultima rappresenta una soluzione, lo riconosco, assai più comoda e gestibile, in quanto definisce con nettezza carichi di responsabilità, spartisce inappellabilmente i doveri, individua strumenti di controllo che non abbisognano di discussioni. Ma l’idea di gerarchia aveva una controindicazione: non era in linea con le personali convinzioni di quanti hanno dato vita a precariamens – che hanno preferito l’autonomia alla disciplina, l’entropia all’ordine, il rischio dell’eterogeneo al gusto della simmetria. In questa operazione si ambiva a costruire un soggetto a più voci e significati, che faceva del suo stesso scomporsi e ricomporsi in configurazioni sempre diverse (di ruoli degli scriventi, di messaggi, di orientamenti, di punti di vista che talvolta cambiavano) la sua forza propulsiva. Le discussioni tra quanti gestivano questo spazio virtuale erano lo spazio reale da cui si traeva, nella forma della suggestione e del suggerimento, dell’allusione ellittica e dell’allocuzione provocatoria, il materiale e la spinta per lo svolgersi del discorso e il suo farsi pubblico. Discussioni che – è bene ricordarlo – definiscono una responsabilità comune su quello spazio, ma non sono in grado di associare alle parole in esso collocate alcun copyright diverso da quello della paternità letteraria: il diritto (morale, non legale) d’autore è e rimane singolare (ché altrimenti le polemiche interne tra i diversi autori, da un post all’altro, sarebbero farneticazioni da schizofrenico). Una simile forma non ha (e non può non imporsi) che un limite, che possiamo nominare in modi diversi: con le parole identità, fisionomia, profilo, riconoscibilità – termini, questi, che vivono in diverse varianti d’uso più o meno forti, e che denotano un qualche grado intermedio o estremo tra l’ortodossia e l’eterodossia, tra il deterministico e l’indefinibile. Ecco, precariamens (mi si permetta di porre questo nome a significare in maniera puramente convenzionale i tre nomi che vi hanno lavorato – e che fino ad un certo punto hanno optato per la rinuncia al nome, alla firma in calce, pur nella riconoscibilità degli interventi), nei mesi della sua esistenza, si è resa incapace di scegliere una collocazione lungo questa direttrice viscida, oscillando sempre sul crinale del silenzio che seguiva alla domanda: cosa è precariamens? Che cosa possiamo/dobbiamo aspettarci da precariamens? Uno dei post d’apertura del blog parlava dell’«occasione creativa di una possibilità», locuzione che, come un mantra, sembra averne segnato la maledizione. A quell’intervento seguirono sollecitazioni ai lettori (già il mio secondo post andava, per primo, esattamente in questa direzione), tentativi di autocritica e di approfondimento del nostro ruolo di autori-editori, più o meno lucide prove tecniche di trasmissione dei contenuti tratti di volta in volta dalle riflessioni personali e dalla cronaca giornalistica. Un sorta di manifesto-barra-comunicato-stampa, pubblicato relativamente presto, parlava addirittura di agency culturale. Ebbene, a otto mesi da quei primi tentativi, non solo posso dire di essere giunto alla conclusione che essi siano falliti, ma so di poter affermare che ci sono arrivato – conformemente a quanto si dice delle persone meno intelligenti – per ultimo (pur essendo, per ossessione di coerenza, il primo a uscire per davvero e ufficialmente, seppure senza stucchevoli proclami). Posso vantare, cioè, la stupida ingenuità di chi ha creduto in questo progetto fino alla fine (e, alla fine, da solo), sobbarcandosi spesso il compito gravosissimo di trovare argomenti per smussare le incertezze e le perplessità di quanti con me avevano dato vita a questo progetto. Tutto ciò non mi è riuscito, sia perché non dispongo evidentemente di strumenti di convinzione abbastanza efficienti da riportare la motivazione altrui a livelli accettabili, sia perché è totalmente mancata, in chi mi ha affiancato (o in chi io ho voluto affiancare – prendete la cosa dal verso che vi pare), qualunque disponibilità a prendere di petto l’unica questione che io rivendico di aver posto, freddamente e analiticamente, fin da gennaio di quest’anno – quella, appunto, dell’identità, del profilo di questa piattaforma di discussione (troppo spesso rimasta semplice palco per velleità autoriali, e recentemente trasformatasi in arena per scontri personali da cui ho voluto rimanere, in quanto redattore, del tutto estraneo – si vedano i post “berlus-culoni”, “Eccezzziunale veramente”, “il gusto del buon gusto (di stare zitti)” e “the end”): in concreto, l’esigenza di discutere esplicitamente e sistematicamente di una linea, di una “politica”, pur di volta in volta modificabile, come precondizione di ogni operazione editoriale possibile. Questo compito era certo reso difficile proprio dal rifiuto di ogni verticalità, e dal riconoscimento ab ovo della plurivocità del nostro discorso; ma anche, e forse soprattutto, dal fraintendimento di questa plurivocità nella forma del semplice possesso delle credenziali di accesso alla gestione del blog da parte di tre persone (molto) diverse, talvolta l’una contro l’altra armate di reciproche incomprensioni, di fraintendimenti, di rancori spesso nati al di fuori del milieu-precariamens. Noi abbiamo, in tre, fatto un errore capitale (ed è l’unico che si possa distribuire in parti uguali): confidare che questa molteplicità potesse comporsi autonomamente e senza che ci adoperassimo fattivamente per discuterne la fisionomia; ritenere che l’intelligenza di tre persone bastasse a restituire un’armonia prestabilita non solamente sul piano delle relazioni personali, ma anche su quello, pure più semplice, degli equilibri redazionali. Mancando questi, nessuna persona con bastante sale in zucca poteva pensare si mantenesse un tenore editoriale sufficientemente definito. Spiace vedere che abbiamo molte più zucche che sale. Ora, sono certo che non mancheranno gli idioti disposti a pensare che la mia uscita da precariamens sia dovuta ad una valutazione circa l’insufficiente livello qualitativo del progetto – come se io potessi pretendere, come altri hanno ardito a fare, di pormi al di sopra di chi ha lavorato con me (ammesso che qualcuno si sia interrogato seriamente sul perché del mio gesto). No, i motivi sono altri. E sono tanti. Abbastanza da giustificare, sì, la mia uscita da questo spazio (che ritengo del tutto gestibile anche senza il mio contributo passato e futuro), ma anche il ritiro di quanto finora pubblicato (che considero non solamente un mio inderogabile e intangibile diritto, ma anche un gesto perfettamente motivato dal comportamento di quanti, ad un certo momento, hanno deciso che dovevo essere trattato come una controparte anche sotto il profilo personale – questione su cui darò privatamente delucidazioni a chi me le chiedesse). Motivi che hanno a che vedere, nella loro prima radice, proprio con il mio ostentato rifiuto, ben argomentato in occasione delle conversazioni reali con gli altri gestori del blog, a consentire un’osmosi tra le faccende, appunto, personali (che hanno spinto precariamens lungo il pendio in fondo al quale oggi ci troviamo a discutere) e quelle redazionali ed editoriali. Non mi interessa spartire avidamente meriti e demeriti, sia chiaro; ma non posso tollerare che adesso persone che da tempo hanno con me anche un rapporto personale di confidenza e frequentazione si permettano, senza neppure degnarsi di chiarire prima de visu, di scaricarmi addosso tanto platealmente le responsabilità di quanto accaduto a questo spazio, tentando di costringermi a chiarimenti pubblici su faccende di natura personale (che non offrirò in questa sede) nel modo più sporco: ossia producendosi in attacchi insensati e di bassissimo profilo umano proprio mediante il blog, trasformato, come già era successo, da auspicabile oggetto di dibattito a strumento di offesa. Atteggiamenti, questi, che si mostrano spaventosamente inadeguati all’intelligenza e al buon senso mostrato, in altre occasioni, da chi li ha originati, in quanto cercano di orientare l’opinione dei lettori (che sono in molti casi persone che conosco direttamente: un punto che avrebbe dovuto essere considerato con maggiore cautela, salvo malafede) verso una condanna del sottoscritto, ben prima di portarli ad interrogarsi sulle ragioni che hanno prodotto un gesto – lo riconosco – così estremo. Ne ho avuto conferma proprio da amici e conoscenti, che mi hanno scritto allarmati, dicendosi perplessi del mio atteggiamento, assai più disposti a considerare la cancellazione dei miei post come un inammissibile affossamento dell’intero progetto (?!) e, in sostanza, come un atto di rappresaglia (ma la rappresaglia è sempre reazione ad un atto che precede: quanti hanno vagliato la congruità della seconda rispetto al primo?), che non a discutere dell’opportunità di post in cui deliberatamente e per ragioni che tutt’ora ignoro venivo dileggiato. Non mi ricordo altrettanta apprensione, da parte di quelle stesse persone, nei commenti ai post o in calce ai relativi link postati sulle bacheche dei social networks, quando mi si definiva prima come «un cinico [che] mendica» (ironizzando con gratuita ferocia su un blog che aprii a gennaio, sulla scia dell’entusiasmo per precariamens, ma che con quest’ultimo e con Nicola e con Marcello nulla aveva a che fare), poi come il «compagno Giovanni Fancello» che avrebbe contribuito a smantellare una «raffinata architettura di rimandi ed iperlink interni» col suo egoismo. Cambiare la password di quello stesso blog della cui morte lo si accusa d’essere causa, privandolo del diritto di replica, e presentare ora il sottoscritto come il Tersite entrato a devastare questo giardino fiorito di pace e di pluralismo ben temperato che sarebbe stato (quando?) precariamens, per giunta dopo un mese di discontinuità editoriale e di meschinità personali (“Berlus-culoni” è di poco più di un mese fa – manovra di ributtante malafede tacere che rancori personali hanno originato il dibattito seguito a quel post, alibi per la finta uscita dal blog di Marcello, che ora pretenderebbe di addossarmi moventi privati), mi sembra francamente un fare da mentecatto che abbia mercanteggiato ogni senso del pudore col proprio orgoglio di mediocre. Chiedo a Marcello Carlotti, che dovrebbe quanto meno evitare l’impudicizia di dire che è rientrato in precariamens «per l’occasione»: era questo l’effetto cercato? Incaricarmi di dover spiegare ai lettori, come responsabilità mia, la morte di un progetto già gestata dalle stesse cause che portarono lui a (dichiarare di) uscire (salvo rientrarvi di soppiatto)? E che merito sarebbe non avere cancellato i propri post in quell’occasione? Egli era forse stato fatto oggetto di attacchi personali e insensati? Ed entrando un po’ più nel merito, caro Marcello, a proposito della fisionomia di questo blog come progetto editoriale: su quale «raffinata architettura» si è mai deciso di concludere con un’opzione definita, con una decisione precisa? Quale idea ne aveva in mente, e che volontà di condivisione poteva sperare leggessi il responsabile della pubblicazione (subito dopo la quale ti avvisai, e con largo anticipo, del mio colpo di spugna, come ritenevo di dover fare con un amico prima ancora che con un co-redattore) di una squallidissima immagine contro la quale avevo già espresso il mio rifiuto (e che ritraeva te, peraltro, non me)? Che senso del rispetto intendi additare nel commento all’ultimo tuo post (dove il primo contraddice la promessa, espressa nel secondo, di chiarire «a voce e in faccia» i giudizi sul mio comportamento), dopo aver messo una finta data di morte del sottoscritto sotto il titolo «un cinico ha messo di mendicare»? Quale posso intuire, dietro la domanda «perché giovanni fancello ha voluto decretare autonomamente la sua morte in questo blog?», se poi mi si impedisce, col cambio della password, di rientrarvi per rispondere? Lo sappiamo tutt’e due che queste sono domande retoriche. Perché retorica è l’idea fascista e reazionaria di chi pensa di poter condannare e mettere pubblicamente alla berlina prima di ogni difesa, prima di ogni indagine, persino prima di ogni processo. Mi si voleva processare? Lo avrei accettato: avrei accettato di rientrare in precariamens e di discutere questioni di natura editoriale e redazionale davanti ai nostri lettori, onde spiegare il mio gesto. Tu, Marcello, avresti scritto, com’è tuo solito, senza peli sulla lingua, ma fedele a un’etica che impedisce la diffamazione, in cui hai mostrato invece un talento non comune, e proprio puntando persone alle quali tengo. Avrebbe parlato Nicola, con la sua Nikon o con il gusto dell’allusione che lo ha reso padre di righe meravigliose. Avrebbero scritto i nostri lettori, per criticare, discutere, approfondire. Alla fine avremmo persino potuto giungere ad un verdetto. Colpevole? Bene, reinserisco i miei post e porgo le mie scuse – pur non d’accordo, ma fedele alla nostra idea di fedeltà. E sarebbe stato un momento altissimo di partecipazione, finalmente da parte di tutti, alla vita del blog – finalmente considerato come progetto comune. Ora sappiamo anche – tutt’e due, caro Marcello – che ciò che rimarrà, senza i miei interventi, sarà semplicemente un precariamens a due voci anziché a tre – uno dei possibili, non meno bisbetico di quello di prima, non più di come sarebbe se entrassero nella redazione altre due o cinque o dieci persone. Sempre precariamens. Sempre altrettanto ingovernabile, per le stesse identiche ragioni che tale lo rendevano uno o due o quattro mesi fa, e tale lo manterranno nel futuro fino a quando non si prenderanno in seria considerazione le questioni che il sottoscritto, in beata solitudine, ha cercato di imporre per mesi. Nel trascurarle – e qui concludo – non abbiamo fatto altro che permettere a diversità personali forti di far maturare quelle tensioni che inevitabilmente si creano attorno a cariche tenute insieme in modo abborracciato e confuso. Tensioni che rappresenta(va)no un problema ben più serio di qualche link mancante – alibi francamente troppo modesto per appuntare colpe sulle coscienze altrui –, e che io ho cercato di correggere anche quando non riguardavano me, impegnato non di rado in snervanti operazioni di arbitraggio e di mediazione: ho ricevuto, in cambio, di esservi tirato dentro a forza, riuscendo, per eterogenesi dei fini e mio malgrado, nel compito di ricompattare i due autori rimasti di precariamens in una graziosa operazione di squadrismo. Un blog – se non proprio un mondo – diverso, era possibile. Si è preferita un’altra strada. Quella che ha lasciato marcire le questioni a monte della situazione presente, suppurando in circostanze che oggi mi impongono di parlare in spazi altri, come questo. Si è preferito comprare il parere della giuria giocando sullo scarto temporale che la complessità delle questioni imponeva ad una risposta. Bravo, Marcello. Goditi l’onorario.

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